Porta San Pancrazio

Porta San Pancrazio
Porta San Pancrazio

Si trova nei pressi della sommità del colle del Gianicolo, e la sua prima edificazione potrebbe risalire già verso la fine della Repubblica, quando un modesto nucleo abitativo ‘’trans-tiberino’’ venne racchiuso in una piccola cinta muraria. In seguito costituì il vertice occidentale di quella sorta di triangolo che la cinta, edificata nel 270 dall’imperatore Aureliano, compiva arrampicandosi sul colle.

Una delle caratteristiche di rilievo di questa quattordicesima regione augustea era il fatto di essere attraversata dalla via Aurelia vetus che, partendo dal ponte Emilio, saliva sulla collina ed usciva dalla città proprio attraverso la porta che dalla via prese il nome (e tuttora la moderna via Aurelia Antica, perso il tratto trasteverino, parte da qui). Il suo nome originario era infatti Porta Aurelia[1], sebbene sia attestata anche la denominazione di “Gianicolense” o “Aureliana”, dal nome del console ideatore e realizzatore dell’arteria. L’importanza del vicino sepolcro del martire cristiano Pancrazio, delle catacombe a lui dedicate e poi della chiesa, mete di continui pellegrinaggi, divenne talmente preminente sulla via consolare, da condizionare anche in questo caso, come in tanti altri, il processo di cristianizzazione della nomenclatura delle porte romane, e già nel VI secolo le venne attribuito il nome che conserva tuttora[2].

Nei pressi, sul lato interno, si trovavano anche i mulini pubblici, posti vicino allo sbocco dell’acquedotto di Traiano, che rimasero in funzione fin verso la fine del periodo medievale.

Del suo aspetto originario non si conosce assolutamente nulla, e forse si trovava anche in una posizione leggermente diversa. Alcuni indizi del XVI e XVII secolo fanno ritenere che dovesse essere ad un solo fornice con due torri quadrangolari poste ai lati, ricalcando in questo aspetto la struttura caratteristica di tutte le ristrutturazioni operate all’inizio del V secolo dall’imperatore Onorio. La controporta invece ha funzionato da controporta alla porta barocca fino al 1849.

L’intera porta San Pancrazio fu infatti parzialmente ricostruita nel XVII secolo da M. de’ Rossi, discepolo di Gian Lorenzo Bernini, in occasione dell’edificazione della nuova cinta muraria detta “Gianicolense“, voluta da papa Urbano VIII. Il de’ Rossi, infatti, si limitò ad eliminare la porta, mantenendo però la controporta aureliana. La nuova cinta sostituì, demolendolo, tutto il tratto di mura aureliane posto sul lato destro del Tevere, comprese le porte Portuensis e San Pancrazio, riedificate ex novo (la prima, l’attuale Porta Portese, circa 400 metri più a nord della posizione originaria) e con lo stile architettonico barocco proprio dell’epoca.

La porta divenne poi celebre per i combattimenti che in quella zona si svolsero nei mesi di aprile-giugno 1849 tra le forze militari della Repubblica Romana comandate da Giuseppe Garibaldi e le truppe francesi intervenute a protezione del papato. In quell’occasione la porta venne distrutta dai bombardamenti operati dai francesi[3]. Ricostruita nell’aspetto odierno dall’architetto Virginio Vespignani[4] nel 1854 su commissione di papa Pio IX, ebbe ancora un ruolo di primo piano il 20 settembre del 1870, quando da qui entrarono le truppe del generale Bixio, contemporaneamente a quelle che passarono da Porta Pia.

Stampa con l’antica Porta Aurelia
In occasione del rifacimento ottocentesco venne posta sull’attico la seguente iscrizione:

(LA)
« PORTAM PRAESIDIO URBIS IN IANICULO VERTICE
AB URBANO VIII PONT. MAX. EXTRUCTAM COMMUNITAM
BELLI IMPETU AN. CHRIST. MDCCCLIV DISIECTAM
PIUS IX PONT. MAXIMUS
TABERNA PRAESIDIARIS EXCEPIENDIS
DIAETA VECTIGALIBUS EXIGENDIS
RESTITUIT
ANNO DOMINI MDCCCLIV PONTIFICATUS VIII
ANGELI GALLI EQ TORQUATO PRAEFECTO AERARII CURATORI »
(IT)
« Pio IX Pontefice Massimo ricostruì nell’anno 1854, settimo del pontificato, come dimora per accogliere i soldati del presidio e come padiglione per esigere le gabelle, la porta fortificata costruita a presidio della città sulla sommità del Gianicolo dal Pontefice Massimo Urbano VIII, distrutta dall’impeto della guerra nel 1854 – curatore A.G.Torquato prefetto dell’erario »
La struttura ospitava infatti sia gli ambienti per il presidio militare (la taberna), sia l’ufficio per la riscossione del pedaggio per il transito (vectigalibus exigendis).

In proposito, va ricordato che già dal V secolo e almeno fino al XV, è attestato come prassi normale l’istituto della concessione in appalto o della vendita a privati delle porte cittadine e della riscossione del pedaggio per il relativo transito. In un documento del 1467[5] è riportato un bando che specifica le modalità di vendita all’asta delle porte cittadine per un periodo di un anno. Da un documento del 1474[6] apprendiamo che il prezzo d’appalto per la porta San Pancrazio era pari a ”fiorini 25, bol. XXI per sextaria” (“rata semestrale”); si trattava di un prezzo piuttosto modesto, e modesto doveva quindi essere anche il traffico cittadino per quel passaggio. Si sa di almeno due appalti che riguardarono la porta San Pancrazio nel XV secolo, e di un altro concesso nel 1566 da papa Pio V a suo nipote Lorenzo Giberti; almeno a quell’epoca il traffico cittadino per quel passaggio doveva quindi essere abbastanza consistente, per poter assicurare un congruo guadagno a un personaggio di tale levatura. Guadagno che generalmente era regolamentato da precise tabelle che riguardavano la tariffa di ogni tipo di merce[7], ma che era abbondantemente arrotondato da abusi di vario genere, a giudicare dalla quantità di gride, editti e minacce che venivano emessi.

Attualmente Porta San Pancrazio è sede dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini con annesso Museo Garibaldino (dedicato però anche alla Divisione Italiana Partigiana Garibaldi, attiva tra il 1943 e il 1945).

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Porta Portese o Portuensis

Porta Portese o Portuensis
Porta Portese o Portuensis

Fu costruita in concomitanza della costruzione delle Mura gianicolensi, ampliamento delle Mura Leonine a difesa del Gianicolo, voluto da papa Urbano VIII Barberini, in sostituzione della precedente Porta Portuensis, nel 1644, dall’architetto Marcantonio De Rossi (padre di Mattia De Rossi), lo stesso che aveva realizzato l’intera cinta gianicolense. Al momento dell’inaugurazione, però, Urbano VIII era morto, e fu Innocenzo X Pamphilj, che impose il proprio stemma sulla porta.

L’aspetto generale è comunque quello di una porta incompiuta e con uno stile piuttosto lontano dai canoni tradizionali, con le nicchie vuote ai lati del fornice, le maestose colonne che sorreggono una sorta di balconata anziché un cammino di ronda merlato e priva, tra l’altro, delle classiche torri laterali.

Dalla porta inizia la via Portuense, la via che reca a Porto, la località alla foce del Tevere, vicino Ostia che aveva sostituito quest’ultima come porto per i rifornimenti della città di Roma. Con l’avanzamento della linea del mare, Porto è stata sostituita da Fiumicino.

Il porto di Ripa Grande e l’arsenale pontificio[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Porto di Ripa Grande e arsenale pontificio.

l’arsenale di Ripa Grande
Presso Porta Portese era allocato (all’interno delle mura per ragioni daziarie) il porto fluviale principale di Roma, detto, proprio per ciò, “Ripa Grande”. Oltre la porta (per le stesse ragioni daziarie, ovvero perché i materiali destinati ai cantieri pontifici non dovessero pagare dazio, al contrario delle merci destinate alla città), venne costruito a metà del Settecento l’arsenale pontificio.

Con la costruzione dei muraglioni, del porto non restò che il nome, che designa il tratto di Lungotevere tra il San Michele e la rampa lungo il fiume, e dell’arsenale il grande capannone in muratura, riconvertito a deposito di materiali edili (a Roma detto smorzo). Dopodiché per decenni, fino agli anni ’70 del Novecento, lo sviluppo urbanistico di Roma capitale distolse gli occhi da questa zona, che rimase destinata a servizi di grande ingombro e di scarso prestigio: i manufatti di scarico del sistema fognante, depositi di materiale edile (tra i quali quello citato), il vecchio canile municipale, un deposito dell’ATAC: la città sembrava finire a viale Trastevere, al di là del quale si estendeva una zona amorfa, punteggiata di baracche e semiabbandonata, regno di pantegane, robivecchi con le loro baracche abusive, sfasciacarrozze.

Il complesso monumentale di San Michele e le rampe di Ripa Grande
Lo stesso complesso monumentale di San Michele a Ripa Grande, trasformato e utilizzato solo in parte come carcere minorile fino al 1938, rimase abbandonato e andò sempre più in rovina fino al 1969, quando iniziò il lungo restauro che ha portato l’intero complesso ad ospitare molti uffici del MiBAC (Ministero per i Beni e le Attività Culturali): due direzioni generali, l’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione e la scuola di alta formazione, i laboratori di restauro, il laboratorio di fisica e la biblioteca dell’Istituto superiore per la conservazione ed il restauro.

Il mercato moderno[modifica | modifica wikitesto]

Il mercato di Porta Portese.
Nacque così, come mercato delle pulci, quello che è oggi il più famoso e frequentato mercato non alimentare romano, situato subito fuori della porta, lungo la via Portuense e nelle immediate vicinanze fino a viale Trastevere. Il mercato continua a tenersi soltanto la domenica mattina, ma nel tempo alcuni dei titolari delle bancarelle hanno convertito le baracche lungo la strada in impianti commerciali fissi.

La visita domenicale a Porta Portese, nonostante lo stato di abbandono e degrado in cui versa la zona, è ancora uno svago popolare amato da romani e turisti, come testimonia l’omonimo brano musicale degli anni settanta del cantautore Claudio Baglioni. Negli ultimi anni anche l’immigrazione straniera, sempre più numerosa, frequenta molto intensamente Porta Portese, anche in veste di gestori delle bancarelle per conto dei proprietari italiani. In quanto paradigma di mercato, da Porta Portese ha preso il nome anche un giornale, dalla testata omonima, di inserzioni e annunci gratuiti per Roma e tutto il Lazio.

Porta San Paolo o Trigemina

La Porta San Paolo è una delle porte meridionali delle Mura aureliane aRoma, ed è tra le più imponenti e meglio conservate tra le porte originali dell’intera cerchia muraria.

Porta San Paolo o Trigemina
Porta San Paolo o Trigemina

Ad oriente e ad occidente della Piramide Cestia furono costruite due porte che davano il passo alla via Ostiense, e ad una sua biforcazione tracciata nell’immediato esterno delle mura. La duplicazione dell’asse stradale e quindi degli ingressi urbani era stata resa necessaria dall’intensità dei traffici tra Roma e il porto di Ostia. Quasi come un immenso spartitraffico la piramide divideva l’ingresso orientale, che dava origine al vicus portae Radusculanee fino alla sommità dell’Aventino, da quello occidentale che dava il passo alla vera via Ostiense verso i granai della “Marmorata” lungo le sponde del Tevere. Quest’ultima fu edificata come una piccola porta ma venne chiusa presto sia per la crescita d’importanza del porto di Fiumicino, sia perché i granai del Tevere erano meglio collegati tramite la via Portuense. Fu demolita solo nel 1888, e ne resta soltanto una descrizione del Lanciani: “essa misura m 3,60 di luce, ed ha le spalle murate con massi di travertino grossi m 0,67. I battenti della porta sono formati da cornici intagliate, poste verticalmente, la soglia monolita di travertino è lunga oltre a m 4 e si trova nell’istesso piano della piramide.”

Il nome originale della porta superstite era Porta Ostiensis, perché da lì iniziava, e tuttora inizia, la via Ostiense, la strada che collega Roma ad Ostia e quindi al suo antico porto.

Porta San Paolo tra il 1890 e il 1900
Con la perdita d’importanza del porto di Ostia anche il ruolo preminente della porta venne meno finché, coinvolta in quel processo di cristianizzazione di tante altre porte romane, fu ribattezzata col nome attuale di Porta San Paolo, perché era l’uscita per la Basilica di San Paolo fuori le mura, che aveva ormai ereditato l’importanza che fino a qualche secolo prima era del porto. Di conseguenza, non era più necessario mantenere i due fornici che, anzi, in caso di pericolo esterno avrebbero comportato una notevole difficoltà difensiva. Quando pertanto, tra il 401 e il 403, l’imperatore Onorio ristrutturò buona parte delle mura e delle porte, provvide anche, come in quasi tutti gli altri interventi, a ridurre ad uno solo i fornici d’ingresso (ma non per la controporta), demolendo la parte centrale e ricostruendola con una sola arcata (ad un livello circa un metro più alto della precedente), ed a fornire la facciata di un attico con una fila di finestre ad arco per dar luce alla camera di manovra. Con l’occasione rinforzò le due torri rialzandole e munendole di merli e finestre. La solita lapide commemorativa dei lavori, che Onorio ha lasciato su ogni intervento effettuato sulle mura o sulle porte, sembra fosse presente almeno fino al 1430, ma alcuni studiosi[1] ritengono che l’intervento possa essere di almeno un secolo posteriore.

Nel 549 gli Ostrogoti di Totila riuscirono da qui a penetrare nella città a causa del tradimento della guarnigione, che lasciò la porta aperta.

Già dal V secolo e almeno fino al XV, è attestato come prassi normale l’istituto della concessione in appalto o della vendita a privati delle porte cittadine e della riscossione del pedaggio per il relativo transito. In un documento del 1467[2] è riportato un bando che specifica le modalità di vendita all’asta delle porte cittadine per un periodo di un anno. Da un documento del 1474[3] apprendiamo che il prezzo d’appalto per la porta “S.Paulo” era pari a ”fiorini 49, bol. 19, den. 8 per sextaria” (“rata semestrale”); si trattava di un prezzo non altissimo, e a quell’epoca ormai anche il traffico cittadino per la porta non doveva essere più come una volta, sufficiente comunque per poter assicurare un congruo guadagno al compratore. Guadagno che era regolamentato da precise tabelle che riguardavano la tariffa di ogni tipo di merce[4], ma che era abbondantemente arrotondato da abusi di vario genere, a giudicare dalla quantità di gride, editti e minacce che venivano emessi.

All’interno del “Castelletto” – la controporta che sembra una piccola fortificazione – è attualmente ospitato il Museo della Via Ostiense, con ricostruzioni dei porti di Ostia e dei monumenti ritrovati lungo la “via Ostiensis”.

La battaglia del 10 settembre 1943[modifica | modifica wikitesto]
Il 10 settembre 1943, Porta San Paolo fu teatro dell’estremo tentativo dell’esercito italiano di evitare l’occupazione tedesca di Roma.

Targa commemorativa della battaglia posta dal comune di Roma (1970)
La sera del 9, la 21ª Divisione fanteria “Granatieri di Sardegna”[5] aveva iniziato un ripiegamento ordinato verso posizioni più interne, in maniera da lasciare il conteso ponte della Magliana (unico punto di passaggio nord-sud sul Tevere al di fuori della cerchia urbana), ma ingaggiando duri combattimenti sulla via Laurentina (località Tre Fontane), attorno alla Collina dell’Esposizione (attuale quartiere EUR) e al Forte Ostiense (cosiddetta “Montagnola di San Paolo”). I combattimenti erano tuttavia ripresi all’alba del 10 sulle nuove posizioni, dalle più esperte e meglio condotte truppe tedesche che ebbero buon gioco a sopraffare o aggirare uno dopo l’altro i capisaldi della divisione dei granatieri. Superata anche la Montagnola, le truppe tedesche si riversarono sulla via Ostiense, dirette verso il centro cittadino.

Nonostante la schiacciante superiorità numerica e d’armamento delle truppe tedesche, il fronte resistenziale riuscì ancora ad attestarsi lungo le mura di Porta San Paolo, innalzando barricate e facendosi scudo con le vetture dei tram rovesciati. Qui i granatieri, che dopo aver rifiutato di lasciarsi disarmare dai tedeschi il giorno precedente sostenendo furiosi combattimenti, furono anche coadiuvati da gruppi di civili.

Si ritrovarono così fianco a fianco, tra gli altri, oltre alla divisione Granatieri di Sardegna, il gruppo squadroni della legione territoriale Carabinieri di Roma, il Reggimento Lancieri di Montebello, il I squadrone del Reggimento Genova Cavalleria, alcuni reparti della divisione Sassari[6], lo squadrone guidato dal tenente Maurizio Giglio[7], paracadutisti del X Reggimento Arditi e moltissimi civili armati alla meglio.

A fianco dei granatieri cadde quasi subito Maurizio Cecati, romano di Testaccio, non ancora diciottenne. È forse il primo caduto nella lotta di liberazione cui è riconosciuta la qualifica di partigiano; sarà decorato di croce al merito di guerra al V.M. alla memoria[8].

L’azionista Vincenzo Baldazzi, con tutta la sua formazione di volontari, si era appostato sin dall’alba nei pressi della piramide Cestia, sul lato destro di porta San Paolo, fra piazza Vittorio Bottego e il mattatoio. Qui, all’altezza di via delle Conce, due civili della formazione, con armi anticarro, distrussero due carri armati tedeschi[9]. Tra i politici accorsi, Sandro Pertini si mise alla testa dei primi gruppi di socialisti della resistenza, utilizzando come arma anche i cubetti di porfido del piazzale[10]. Con lui combatterono il futuro ministro Mario Zagari, il sindacalista Bruno Buozzi[11], Giuseppe Gracceva e Alfredo Monaco[12].

Presero parte ai combattimenti Romualdo Chiesa[7], Alcide Moretti e Adriano Ossicini del movimento dei cattolici comunisti; Fabrizio Onofri del PCI e gli studenti Mario Fiorentini e Marisa Musu, futuri gappisti[12]. Sabato Martelli Castaldi[7] e Roberto Lordi[7], entrambi generali di brigata aerea in congedo, giunsero a porta San Paolo armati di due fucili da caccia[13]. Faranno entrambi parte della resistenza.

Intorno alle 12.30 circa accorse sulla linea del fuoco, in abito civile e sommariamente armato, l’azionista Raffaele Persichetti, insegnante, ufficiale dei granatieri in congedo da appena una settimana, per schierarsi al comando di un drappello rimasto senza guida[14]. Verso le 14,00, armato di moschetto e con le cartucce sull’abito civile, fu costretto a indietreggiare all’inizio di viale Giotto con la giacca già macchiata di sangue. Maria Teresa Regard, studentessa iscritta al Partito comunista e futura gappista, accorsa per fornire vettovaglie ai combattenti insieme ad altre donne, vide cadere Persichetti in viale Giotto[15]. A Persichetti, caduto a 28 anni, sarà conferita la medaglia d’oro al V.M. alla memoria e gli verrà dedicata la via a fianco di Porta San Paolo.

Porta San Paolo fu oltrepassata dai tedeschi alle ore 17.00. Il sottotenente Enzo Fioritto, al comando di un plotone di carristi, effettuò un estremo tentativo di arrestare l’avanzata dal lato di viale Giotto, ma cadde colpito da una granata[16] in Viale Baccelli[17]. Il drappello dei superstiti del movimento dei cattolici comunisti fu guidato da Adriano Ossicini attraverso il cimitero acattolico, sino al Campo Testaccio, dove la formazione si sciolse[12].

L’accordo della resa di Roma era già stato firmato alle ore 16.00 dal generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, mentre i combattimenti ancora infuriavano.

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Lato interno
La struttura, in travertino, è fiancheggiata da due torri a base semicircolare (a ferro di cavallo) ed aveva originariamente due fornici. Sul lato interno della struttura Massenzio, all’inizio del IV secolo, ne edificò un’altra con funzione di controporta (l’unica controporta delle mura aureliane interamente conservata), sempre a due fornici in travertino, collegata alla precedente da due muri chiusi a tenaglia a formare una sorta di piccola fortificazione, chiamata “Castelletto”. all’interno del quale doveva trovar posto sia la guarnigione militare che la stazione dei gabellieri per la riscossione del pedaggio sulle merci in entrata e in uscita. La base delle torri, infatti, per poter offrire una valida resistenza ad eventuali attacchi da parte di macchine da guerra, doveva essere in muratura piena e non poteva quindi ospitare vasti ambienti.

Di certo gli interventi hanno comunque reso l’intera struttura asimmetrica, irregolare e architettonicamente squilibrata, con il fornice esterno non in linea con quelli interni, le torri poco più alte della facciata e, in generale, dimensioni piuttosto sproporzionate.

All’altezza della controporta, sul lato orientale, in corrispondenza dell’attuale via R. Persichetti doveva trovarsi una posterula, di cui però non rimane nulla perché quel punto venne devastato nel 1943 in occasione di un bombardamento aereo.

Una strana particolarità della controporta, unica in tutta Roma, è che la chiusura era verso la città anziché, come normalmente accadeva, verso l’interno della struttura. Soprattutto in epoca medievale, infatti, quando i nemici esterni rappresentavano un pericolo paragonabile a quello delle fazioni armate interne alla città, la porta doveva rappresentare una sorta di piccola fortezza per una guarnigione armata che, all’occorrenza, avrebbe potuto rinchiudersi all’interno. Nel caso del “Castelletto” della Porta San Paolo, invece, i battenti erano posizionati in modo da poter offrire un doppio ostacolo solo per eventuali aggressori esterni. La circostanza risulta ancora più strana se si considera che la porta ha subito anche diversi attacchi proprio dall’interno, soprattutto nel 1410. In quell’anno la città era ormai in mano al re Ladislao I di Napoli e i tre papi si combattevano per ottenere il riconoscimento ufficiale, spalleggiati dalle più potenti famiglie romane in lotta quindi fra loro, prima guelfe e che per l’occasione cambiarono bandiera diventando ghibelline; il popolo romano, in preda alla più totale anarchia, al seguito degli Orsini, sostenitori dell’antipapa Alessandro V, fu protagonista di diversi violenti scontri lungo le mura, culminati nell’attacco alla guarnigione napoletana asserragliata proprio nella porta San Paolo e nel bastione predisposto intorno alla vicina piramide di Caio Cestio. L’8 gennaio, dopo tre giorni di assedio, Porta San Paolo cadde insieme alla Porta Appia, seguite, a un mese di distanza, dalla Tiburtina e dalla Prenestina, lasciando via libera all’ingresso trionfale in Roma del nuovo papa.

Sulla torre orientale è presente un’iscrizione a memoria dei lavori che Benedetto XIV effettuò dal 1749 per il restauro di tutta la cinta muraria da qui fino a Porta Flaminia, ma intorno al 1920 la porta fu isolata dalle mura Aureliane per agevolare il traffico dell’area adiacente sul lato orientale ed in seguito, a causa di un bombardamento durante la seconda guerra mondiale, andò distrutto anche il tratto di mura occidentale, che la collegavano alla piramide Cestia. Sui resti di questo tratto sono oggi visibili quattro lapidi di epoca recente, due a ricordo dei fatti avvenuti il 10 settembre 1943, due giorni dopo l’annuncio dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, quando truppe italiane e civili, tra cui molte donne, cercarono di impedire l’occupazione nazista di Roma, pagando con 570 caduti, una a ricordo dello sbarco di Anzio del 4 giugno 1944 e l’ultima in memoria dei Caduti della Resistenza e del terrorismo.

Porta San Sebastiano ot Capena

Porta San Sebastiano
Porta San Sebastiano

Il nome originario era Porta Appia perché da lì passava la via Appia, la regina viarum che cominciava poco più indietro, dalla Porta Capena delle mura serviane, e lo conservò a lungo. Nel medioevo sembra fosse chiamata anche “Accia” (o “Dazza” o “Datia”), la cui etimologia, alquanto incerta, sembra però legata al fatto che lì vicino scorresse il fiumicello Almone, chiamato “acqua Accia”. Un documento del1434 la menziona come “Porta Domine quo vadis”. Solo dopo la metà del XV secoloè finalmente attestato il nome che conserva ancora oggi, dovuto alla vicinanza allabasilica e alle catacombe di San Sebastiano.

La struttura originaria d’epoca aureliana, edificata quindi verso il 275, prevedeva un’apertura con due fornici sormontati da finestre ad arco, compreso tra due torri semicilindriche. La copertura della facciata era in travertino. In seguito ad un successivo restauro le due torri furono ampliate, rialzate e collegate, con due muri paralleli, al preesistente arco di Druso, distante pochi metri verso l’interno, in modo da formare un cortile interno in cui l’arco aveva la funzione di controporta.

In occasione del rifacimento operato nel 401402 dall’imperatore Onorio la porta fu ridisegnata con un solo fornice, con un attico rialzato nel quale si aprono due file di sei finestre ad arco e venne fornita di un camminamento di ronda scoperto e merlato. La base delle due torri fu inglobata in due basamenti a pianta quadrata, rivestiti di marmo. Un successivo rifacimento le conferì l’aspetto attuale, in cui tutta la struttura, torri comprese, venne rialzata di un piano. La mancanza della solita lapide commemorativa dei lavori fa dubitare qualche studioso che l’intervento possa essere opera di Onorio, che invece ha lasciato epigrafi laudative su ogni altro intervento effettuato sulle mura o sulle porte.

La chiusura era realizzata da due battenti in legno e da una saracinesca che scendeva, entro scanalature tuttora visibili, dalla sovrastante camera di manovra, in cui ancora esistono le mensole in travertino che la sostenevano. Alcune tacche sugli stipiti possono indurre a ritenere che si usassero anche dei travi a rinforzo delle chiusure.

Data l’importanza della via Appia che da qui usciva dalla città, soprattutto in epoca romana tutta l’area era interessata da grossi movimenti di traffico cittadino. Nelle vicinanze della porta sembra esistesse un’area destinata al parcheggio dei mezzi di trasporto privati di coloro (ovviamente personaggi di un certo rango che potevano permetterselo) che da qui entravano in Roma. Si trattava di quello che oggi si definirebbe un “parcheggio di scambio”, visto che il traffico in città non era infatti consentito, in genere, ai mezzi privati. A questa regola sembra non dovessero sfuggire neanche i membri della casa imperiale, i cui mezzi privati venivano parcheggiati in un’area riservata (chiamata ”mutatorium Caesaris”) poco distante, verso l’inizio della via Appia.

Di notevole interesse alcune bozze visibili sul rivestimento in travertino della base del monumento; potrebbe trattarsi di indicazioni per la misurazione del lavoro degli scalpellini. Secondo lo storico Antonio Nibby al centro dell’arco della porta, sul lato interno, è scolpita una croce greca inscritta in una circonferenza, con un’iscrizione, in greco, dedicata a San Conone e San Giorgio, risalente al VIVII secolo, ma non ve n’è alcuna traccia visibile. Ancora, sullo stipite destro della porta è incisa la figura dell’Arcangelo Michele mentre uccide un drago, a fianco della quale si trova un’iscrizione, in un latino medievale in caratteri gotici, in cui viene ricordata la battaglia combattuta il 29 settembre 1327 (giorno di San Michele, appunto) dalle milizie romane ghibelline dei Colonna guidate da Giacomo de’ Pontani (o Ponziano) contro l’esercito guelfo del re di Napoli Roberto d’Angiò, guidato da Giovanni e Gaetano Orsini:

ANNO DNI MC…XVII INDICTIONEXI MENSE SEPTEMBRIS DIE PENULTIMA IN FESTO SCI MICHAELIS INTRAVIT GENSFORASTERA MURIA ET FUIT DEBELLATA A POPULO ROMANO QUI STANTE IACOBO DE PONTIANIS CAPITE REGIONISMa oltre alle testimonianze di un certo valore storico, l’intero monumento è interessante anche per la ricchezza di graffiti e tracce certamente non ufficiali, ma che documentano la vita quotidiana che intorno alla porta si è svolta nei secoli. Sono probabilmente opera di pellegrini le varie croci incise nei muri ed il monogramma di Cristo (JHS con la croce sopra l’H) visibile sullo stipite sinistro, di fronte all’Arcangelo Michele; sono leggibili molti nomi italiani e stranieri (un certo Giuseppe Albani ha scritto tre volte il suo nome) e varie date, che si possono decifrare fino al 1622; ad uso di viandanti forestieri qualcuno ha anche inciso una sorta di indicazione stradale per la porta o la basilica di San Giovanni in Laterano, visibile appena fuori della porta, sulla sinistra: “DI QUA SI VA A S. GIO…”, interrotto da qualcosa o qualcuno; ed altre indicazioni e scritte di difficile decifrazione, come l’incisione “LXXV (sottolineata tre volte) DE L”, sulla torre di destra. Scrivere sui muri è evidentemente abitudine radicata nei secoli.

Il 5 aprile 1536, in occasione dell’ingresso in Roma dell’imperatore Carlo VAntonio da Sangallo trasformò la porta in un vero e proprio arco di trionfo, ornandola di statue, colonne e fregi, e predisponendo, anche con l’abbattimento di edifici preesistenti, una via trionfale fino al Foro Romano. L’avvenimento è ricordato in un’iscrizione sopra l’arco che, con un’adulazione un po’ eccessiva, paragona Carlo V a Scipione: “CARLO V ROM. IMP. AUG. III. AFRICANO”. Sempre da qui passò anche, il 4 dicembre 1571, il corteo trionfale in onore di Marcantonio Colonna, il vincitore della battaglia di Lepanto. L’elemento che di tale corteo suscitò maggior curiosità ed interesse fu certamente la sfilata dei centosettanta prigionieri turchi in catene. Per l’occasione Pasquino, la famosa statua parlante di Roma, volle dire la sua, ma stavolta senza parlare: fu vista con una testa di turco sanguinante ed una spada.

Già dal V secolo e almeno fino al XV, è attestato come prassi normale l’istituto della concessione in appalto o della vendita a privati delle porte cittadine e della riscossione del pedaggio per il relativo transito. In un documento del 1467[1]è riportato un bando che specifica le modalità di vendita all’asta delle porte cittadine per un periodo di un anno. Da un documento del1474[2] apprendiamo che il prezzo d’appalto per le porte Latina e Appia insieme era pari a ”fiorini 39, sollidi 31, den. 4 per sextaria” (“rata semestrale”); si trattava di un prezzo non altissimo, e non eccessivo doveva essere quindi anche il traffico cittadino per le due porte, sufficiente comunque per poter assicurare un congruo guadagno al compratore. Guadagno che era regolamentato da precise tabelle che riguardavano la tariffa di ogni tipo di merce[3], ma che era abbondantemente arrotondato da abusi di vario genere, a giudicare dalla quantità di gride, editti e minacce che venivano emessi.

A fianco della torre occidentale ci sono tracce di una posterula murata, posta ad una certa altezza sul piano stradale, la cui peculiarità è quella di non presentare, sugli stipiti, segni di usura, come se fosse stata chiusa poco dopo averla aperta.

Per ciò che riguarda l’interno le trasformazioni di maggior rilievo sono recenti e risalgono agli anni 19421943, quando l’intera struttura venne occupata e utilizzata da Ettore Muti, l’allora segretario del partito fascista. Sono infatti di quegli anni i mosaici bicromatici in bianco e nero situati in vari ambienti.

Attualmente le torri ospitano il Museo delle Mura, nel quale sono tra l’altro visibili modelli della costruzione delle mura e delle porte nelle varie fasi.

Porta Latina

Roma - Porta  Latina

È tra le più imponenti e meglio conservate tra le porte originali dell’intera cerchia muraria e il suo nome deriva da quello dell’omonima via che la attraversa e che, in epoca romana, era la strada per giungere fino a Capua. All’interno della città iniziava dall’antica Porta Capena delle mura serviane, e subito dopo si divideva, appunto, in via Latina e via Appia, per ricongiungersi di nuovo dopo Capua. I filologi del XIV secolo riferiscono di una leggenda (il cui elemento più evidente è l’anacronismo della stessa) secondo la quale il nome deriverebbe dal fatto che qui si sarebbe nascosto (latens, appunto) il dio Saturno, in fuga dopo essere stato detronizzato dal figlio Giove. Dal XIII secolo è attestato anche il nome di Porta Libera, di cui però non si ha più traccia dal XVIII secolo a favore della definizione “classica” di Porta Latina.

La struttura della porta, che non ha subito interventi tali da alterare sensibilmente l’aspetto originario, è probabilmente sempre stata ad una sola arcata, che all’epoca della ristrutturazione della cerchia cittadina operata dall’imperatore Onorio nel 401403venne sensibilmente ridotta, unica tra le porte aureliane, da circa 4,20 m di larghezza per 6,55 di altezza (la traccia della dimensione originale è ancora visibile) agli attuali 3,73 per 5,65, probabilmente per motivi difensivi. Al centro dell’arco, sul lato esterno, è tuttora visibile il monogramma di Costantino, mentre sul lato opposto è incisa una croce greca. Questi due simboli, unitamente all’assoluta mancanza di resti di iscrizioni di epoca onoriana, inducono alcuni studiosi a propendere per l’ipotesi che il restauro possa essere di epoca successiva.

L’intero edificio, merlato, è affiancato da due torri a pianta semicircolare fornite di feritoie; quella sul lato destro fu però interamente riedificata da Onorio e in seguito restaurata in epoca medievale. Ma anche l’altra subì un rimaneggiamento di un certo rilievo: lo dimostra la presenza delle feritoie per gli arcieri anziché i finestroni per le baliste, come nelle torri originarie diAureliano. In più, la base della torre ha una pianta diversa dall’alzato.

All’epoca onoriana risale anche il rifacimento in travertino della facciata, nella quale vennero aperte, in corrispondenza della camera di manovra, cinque finestre ad arco, che furono però di nuovo chiuse abbastanza presto, già nel VI secolo. L’accesso alla camera di manovra era consentito attraverso una porticina, tuttora esistente e funzionante, sul lato interno della torre di destra. Come era consueto per le porte di una certa importanza, la chiusura esterna era a saracinesca, mentre quella interna a due battenti. Il cortile fortificato interno, con la relativa controporta, non esiste più.

Porta Latina – facciata interna

Già dal V secolo e almeno fino al XV, è attestato come prassi normale l’istituto della concessione in appalto o della vendita a privati delle porte cittadine e della riscossione del pedaggio per il relativo transito. È del 1217 (quando i pontefici, in pieno contrasto col Comune di Roma, avevano ormai il controllo amministrativo sulle gabelle di quasi tutte le porte) una bolla di papa Onorio III con la quale veniamo informati che i proventi del pedaggio della porta erano devoluti alla chiesa di S. Tommaso in Formis[1].

In un documento del 1467[2]è riportato un bando che specifica le modalità di vendita all’asta delle porte cittadine per un periodo di un anno. Da un documento del 1474[3]apprendiamo che il prezzo d’appalto per le porte Latina e Appia insieme era pari a”fiorini 39, sollidi 31, den. 4 per sextaria” (“rata semestrale”); si trattava di un prezzo non altissimo, e non eccessivo doveva essere quindi anche il traffico cittadino per le due porte, sufficiente comunque per poter assicurare un congruo guadagno al compratore. Guadagno che era regolamentato da precise tabelle che riguardavano la tariffa di ogni tipo di merce[4], ma che era abbondantemente arrotondato da abusi di vario genere, a giudicare dalla quantità di gride, editti e minacce che venivano emessi. L’importanza dell’accesso dovette però crescere sensibilmente in quell’epoca, se nel 1532 il prezzo della sola porta Latina era salito a ”centoventi fiorini, dieci salme di legna e dieci di fieno”, come stabilito in un documento in cui il papa Clemente VII la concede in appalto a tal Innocenzo Mancini.

Non molto fortunata, la porta fu chiusa per interramento prima dal re Ladislao di Napoli nel 1408, insieme alla Porta Asinaria, durante l’occupazione della città (ma fu riaperta dopo solo quattro mesi), poi nel 1576 e nel 1656 in occasione, per entrambe le circostanze, di una pestilenza (grave in quasi tutta Italia la seconda). In quest’ultima circostanza trascuratezza o lungaggini burocratiche la tennero chiusa per ben 13 anni, fino all’intervento risolutore del cardinal Giulio Gabrielli che il 5 maggio 1669la fece riaprire con una solenne cerimonia.

Ma a parte le epidemie, un valido motivo del declino della porta fu la progressiva perdita d’importanza della via Latina a favore della vicina via Appia Nuova, né la vicinanza dell’importante Chiesa di San Giovanni a Porta Latina riuscì a frenarne la crisi. Restauri del XVII secolo, testimoniati dagli stemmi dei papi Pio II, Urbano VIII e Alessandro VII posti nelle immediate vicinanze, non risollevarono le sorti della porta, che rimase definitivamente chiusa per quasi tutto l’800 (dal 1808, tranne alcuni mesi nel 1827) e venne riaperta solo nel 1911, dopo essere riuscita a bloccare anche le truppe italiane che, nel settembre 1870, avevano tentato di aprire qui, prima ancora che a Porta Pia, una breccia[5].

Porta San Giovanni olim Coelimontana

Roma - Porta  San Giovanni olim coelimontana

Porta San Giovanni è una delle porte che si aprono nelle Mura aureliane di Roma, e deve il suo nome, immutato nel tempo, alla vicinanza alla Basilica di San Giovanni in Laterano.

È strutturata in un unico grande arco realizzato da papa Gregorio XIIIad opera forse di Giacomo della Porta o, più probabilmente, diGiacomo Del Duca, che già aveva collaborato con Michelangelo alla realizzazione di Porta Pia. La confusione è dovuta al fatto che le cronache dell’epoca parlano generalmente di un famoso architetto Giacomo. La tradizione popolare romana insiste però sulla presenza del Della Porta, tant’è vero che lo fa anche morire nei pressi della porta “da lui realizzata”, a causa di una violenta indigestione di meloni e cocomeri, di ritorno da una gita ai Castelli Romani.

Venne inaugurata nel 1574 e la sua apertura, resa necessaria nell’ambito della ristrutturazione dell’intera area del Laterano per agevolare il traffico da e per il sud d’Italia, decretò la definitiva chiusura della vicina e ben più imponente Porta Asinaria, di epoca aureliana, divenuta ormai quasi inagibile per il progressivo innalzamento del livello stradale circostante e anche per questo del tutto inadeguata a sostenere il volume di traffico.

La struttura conferma l’utilizzo per cui era stata concepita: è infatti più simile a quella dell’entrata di una villa che non a quella di un’opera difensiva, del tutto priva com’è di torri laterali, di bastioni e di merlature, e fornita invece di una marcata bugnatura e di un semplice ornamento composto da un grosso viso barbuto in cima alla porta stessa, sul lato esterno.

Sempre sul lato esterno è posta la lapide commemorativa della realizzazione dell’opera, in cui si legge che:

GREGORIVS XIII PONT. MAXPVBLICAE VTILITATI ET VRBIS ORNAMENTOVIAM CAMPANAM CONSTRAVITPORTAM EXSTRVXITANNO MDLXXIIII PONT. IIILa porta dava infatti accesso alla via Campana, l’odierna Via Appia Nuova, che per le prime tre miglia seguiva il tracciato dell’antica Via Asinaria, già Via Labicana. Per il nome della via Campana generalmente si accettano entrambe le etimologie: era infatti la strada che portava in Campania, ma anche quella per la quale, subito fuori le mura, si arrivava alla campagna dei Castelli Romani.

Più che ad avvenimenti storici e militari di particolare rilievo, Porta S. Giovanni è legata alle tradizioni popolari romane, oggi praticamente scomparse, in particolare quella relativa alla “Notte di San Giovanni”, il 23 giugno, la “notte delle streghe”, con la grande festa all’aperto un tempo tanto cara ai romani. Secondo la leggenda, in quella notte il fantasma di Erodiade, che aveva convinto il marito Erode Antipa a far decapitare San Giovanni Battista, organizzava una sorta di sabba di streghe sui prati del Laterano; per scacciarle i romani predisponevano una grande festa nei dintorni che, tra schiamazzi e fuochi d’artificio, le mettesse in fuga. Sempre caratteristica della notte di S. Giovanni è l’usanza di mangiare le lumache, le cui corna simboleggiavano la discordia (il significato del tradimento è molto più recente): mangiandole si seppellivano nello stomaco i contrasti e i rancori accumulati durante tutto l’anno trascorso, dando all’usanza un significato di riconciliazione.

Il moderno quartiere Appio-Latino, subito fuori la porta, nacque nel 1926, abbattendo ville e casali ed eliminando vigne, osterie e prati. A quell’epoca risale anche l’apertura, per motivi di viabilità, dei fornici ai lati della porta, come si possono osservare oggi.

Porta Maggiore

Porta Maggiore
Porta Maggiore

Porta Maggiore è una delle porte nelle Mura aureliane di Roma. Si trova nel punto in cui convergevano otto degli undici acquedotti che portavano l’acqua alla città, nella zona che, per la vicinanza al vecchio tempio dedicato nel 477 a.C. alla dea Speranza (da non confondere con l’omonimo tempio più recente, inaugurato verso il 260 nell’area del Foro Olitorio), veniva chiamata ad Spem Veterem. Tutta l’area nelle vicinanze è ricca di reperti antichi: piccoli monumenti funebri, colombari, ipogei e, soprattutto, una “basilica sotterranea”.

Porta San Lorenzo o Esquilina

Porta San Lorenzo o Esquilina
Porta San Lorenzo o Esquilina

Porta Tiburtina o Porta San Lorenzo è una porta d’ingresso nelleMura Aureliane di Roma, attraverso la quale la via Tiburtina esce dalla città.

La storia della porta inizia ben prima che le Mura Aureliane in cui è inserita fossero edificate. Nel 5 a.C. Augusto costruì infatti un arco in questo punto, dove si incontravano tre acquedotti, l’Aqua Marcia, l’Aqua Iulia e l’Aqua Tepula, per consentire il passaggio degli stessi sopra la sede viaria. Da qui usciva infatti l’importante via Tiburtina (“via per Tivoli“), dalla quale si staccavano subito la via Collatina e un diverticulum ad lapicidinas vineae Quirini. L’arco fu poi restaurato dagli imperatori Tito e Caracalla.

Tra il 270 e il 275 l’arco venne inglobato nelle Mura Aureliane: l’imperatore Aurelianoebbe necessità di fornire rapidamente delle mura difensive alla città, e ordinò di inglobare il più possibile nelle mura strutture già esistenti (come ad esempio la casa privata, regolarmente espropriata, nei pressi della porta), anche per evitare di lasciarne fuori edifici che potessero essere usati da forze ostili. Un altro espediente per accelerare i tempi fu quello di aprire un’unica porta in corrispondenza o subito prima di un bivio; così la Porta Tiburtina si trova poco prima che l’omonima strada si divida dalla via Collatina, come la Porta Maggiore si trova in corrispondenza della biforcazione tra le vie Prenestina e Labicana, anche se in entrambi i casi la presenza degli archi degli acquedotti ha reso quasi obbligata la scelta.

Quando poi l’imperatore Onorio, liberata la zona circostante dall’immensa mole di detriti accumulatasi in 130 anni (abbassando pertanto il livello stradale fin quasi alle fondamenta della cinta), restaurò e rinforzò le mura (401402), costruì una seconda struttura, posta esternamente alla prima, sulla cui sommità furono aperte cinque piccole finestre, che illuminavano la camera da cui veniva manovrata la cancellata di chiusura della porta.[1] In tal modo l’intera struttura si presenta con un doppio aspetto architettonico: quello romano repubblicano verso l’interno e quello tardoantico, con i merli e le torri, sul lato esterno. Inoltre, la base della porta esterna risulta essere circa un metro e mezzo sopraelevata rispetto alla base dell’arco augusteo e con un’apertura non simmetrica rispetto a quest’ultimo. Tutto ciò dimostra quanto lo scopo della viabilità fosse del tutto secondario rispetto a quello della difesa.

La datazione della porta esterna è comunque certificata da un’iscrizione quasi integra (visibile anche su un lato della vicina Porta Maggiore) che, oltre alle consuete lodi per gli imperatori Arcadio ed Onorio, riporta, come curatore dell’opera, il nome diFlavio Macrobio Longiniano, prefetto di Roma nel 402:[2]

Porta Chiusa olim Querquetulana

Porta Chiusa olim Querquetulana
Porta Chiusa olim Querquetulana

Le Porte Caelimontana e Querquetulana sono due porte che si aprivano (ma solo la prima è tuttora esistente) nel tracciato delle mura serviane di Roma.

Solo in tempi recenti (pur persistendo ancora qualche dubbio) sembra si sia finalmente giunti a stabilire che, delle due porte che si aprivano sul lato orientale del colle Celio, la Porta Caelimontana è quella più occidentale,[1] mentre la Porta Querquetulana era quella situata più ad est.[2]

Fino a pochi anni fa, infatti, le dotte argomentazioni di alcuni studiosi tendevano a sostenere l’esatto contrario, in base a considerazioni di carattere toponomastico oltre che archeologico. In mancanza di precisi indizi provenienti da fonti classiche (le cui citazioni in proposito sono pressoché inesistenti), i presupposti a sostegno dell’ipotesi si basavano sul fatto che entrambe le porte derivavano il loro nome da quello del colle su cui si trovavano. Querquetulum (coperto di boschi di querce) era infatti l’antica denominazione di quello che solo successivamente venne chiamato Caelius; si poteva pertanto supporre che le due porte potessero essere state aperte in tempi successivi, prima la Querquetulana e poi (forse su un ampliamento del tracciato serviano, quando ormai le querce non c’erano più) la Caelimontana. Gli unici reperti rimasti appartengono alla porta più occidentale, che è tuttora esistente, trasformata in quello che è attualmente noto come arco di Dolabella e Silano,[3] e consistono di blocchi risalenti all’inizio del IV secolo, epoca della costruzione delle prime mura repubblicane: ne consegue che quella doveva essere la Querquetulana. Una conferma indiretta a questa conclusione (sebbene la deduzione sia un po’ debole) la fornisce Livio, che cita per la prima volta la porta Caelimontana (XXXV, 9) per riferire di un fulmine che la colpì nel 193 a.C.

L’arco di Dolabella e Silano, un tempo Porta Caelimontana, visto dalla facciata esterna.

Nonostante qualche dubbio residuo, oggi è più accreditata l’ipotesi che pone la Querquetulana verso est, all’interno del perimetro dell’attuale ospedale di San Giovanni, nella zona di confluenza tra via dei Santi Quattro e via di S. Stefano Rotondo, e la Caelimontana più a ovest, all’inizio dell’attuale via San Paolo della Croce, sul tracciato dell’antico clivus Scauri. Questa inversione di tendenza rispetto al posizionamento delle due porte è dovuto non tanto ad un’argomentazione ritenuta non più valida, quanto piuttosto ad un’errata trasposizione temporale, che aveva fatto ritenere quella del IV secolo la cinta muraria più antica del colle.

La porta Querquetulana, infatti, come anche la Viminale, l’Esquilinae la Collina, risale effettivamente ad un periodo molto antico, circa un paio di secoli precedente a quello della costruzione delle mura serviane. Sembra infatti che le quattro porte originarie si possano far risalire all’ampliamento della città operato dal re Servio Tullio, che comprese nel territorio dell’Urbe, oltre alle alture già inserite tra gli iniziali sette colli, anche il Quirinale (Collis Quirinalis), il Viminale, l’Esquilino e il Querquetulanus. Della stessa epoca è ovviamente anche il primo baluardo difensivo che le collegava tra di loro, con l’agger lungo tutto il tratto dei circa 1.300 mt. dalla Porta Collina all’Esquilina. Un altro indizio dell’antichità di queste porte, a conferma dell’ipotesi già riportata, è fornito, secondo gli studiosi, anche dal loro nome, che deriva direttamente da quello dell’altura cui davano accesso, anziché essere l’aggettivazione di qualche monumentalizzazione (templi, altari, ecc.) lì presente, che non può che essere successiva all’inglobamento dell’area nel perimetro urbano. La Querquetulana e la Caelimontana non sembra pertanto che possano essere contemporanee.

Non vi sarebbero, inoltre, indizi sufficienti a provare un ampliamento, nell’area del Celio, delle mura serviane rispetto a quelle precedenti.

via Google.

Porta Pia

Porta Pia
Porta Pia

Porta Pia è una delle porte delle mura aureliane di Roma, nota soprattutto per l’episodio risorgimentale noto come Presa di Roma, avvenuto il 20 settembre 1870, quando il tratto di mura adiacente tale porta fu lo scenario della battaglia tra truppe italiane e pontificie, che segnò la fine di quest’ultimo e il ritorno di Roma all’Italia. Si tratta di una delle ultime opere di Michelangelo Buonarroti, in cui l’artista, all’epoca già anziano, utilizzò elementi architettonici ed una sintassi compositiva particolarmente innovativi.